Saluto al bosco

Ed è forse questo il sapore della morte?

Una rustica cena mai confermata,
mai più confermabile;
Il silenzio rigido di dita annodate,
non più protese, non più
             [ vive pellicole
d’abbracci e deserti bicchieri.

Scomposta l’evidenza – presenza
     [ d’un taglio di forbice, ]
d’una mano morente che pone
un giglio ormai fradicio
sul petto sgonfio, ma giovane.
E ogniqualvolta di te sentirò il nome
mi sarà vivido ancora
l’odore di cane bagnato,
e d’alberi e sogni,
di debiti estinti,
di luce filtrata
nel vuoto dei vinti.

“Vuoi che ti sposti al fresco? Qua c’è troppo sole.” – domandò.
“No, no. Voglio vedere la montagna.” – rispose.
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E capita

E capita (sono solo) (?)
O accade: no; sono.
Allora ascolta la musica
Stanno eleggendo. LA LA LA
Moi. Je seulement peut-etre SUIS
LA LA LA. E capita la nuova: SOLUZIONE
Che letto. Come letto. Quando.
O accade: la psichiatria. Analisi
d’un letto, (sono solo) (?) CERTO.
Il fatto del letto è il sono.
LA LA LA Adesso ascolta la musica.
Vuoi venire? Tu? Se ti spogli.
Lo eleggeranno, lo sai. Proprio
solo, je suis peut-etre. Nel letto
Come sei freddo per questa terra.

– Patrizia Vicinelli

Citando Fortini

Uno dei miei più grandi maestri, Franco Fortini, si è chiesto: cosa ci interessa delle arti, della poesia, della pittura e – fatte le debite proporzioni – di una giocata di Maradona? Il privilegio e la grandezza di dare una forma compiuta. Noi viviamo una vita che è scandita nello spazio e nel tempo dalla parzialità. L’arte è la restituzione di una totalità che non c’è mai dato di vivere.

– Massimo Raffaeli su Franco Fortini

Fate come vi pare

Volgo lo sguardo su albe mediocri
sento il profumo del fiore di strada,
dita incollate all’aria ribelle
mi strisciano sopra e sotto la pelle;

Il viaggio terminato è una vuota ricordanza,
un verbo debole, impuro da esprimere;
Gli amici distanti li ho dentro alle costole,
quelli vicini mi spinano adagio.

Ritmo avverso di geometrie nuvolari
cambia il tuo corso seguendo il mio vento,
sbatte il martello sul torace mio scarno,
dentro le luci io mi abbandonai.

Libera

Ma io che sto facendo?

Mi passano davanti i giorni in fila indiana: (anzi, non rispettano la fila, si spingono come pecore prossime al mattatoio) e io rimango assorto e immobile con la mandibola semiaperta nella speranza di catturare quest’amore sdrucciolevole: (come fossero moscerini della notte, zanzare o bolle di sapone) e grandino parole
e diluisco sorrisi
e nei sogni mi incontro con tutte le mie vittime: (sono un killer seriale, un dolore serale, il sintagma fatale, il boia) e le vedo sempre camminare mentre passa la mia macchina: (corro veloce e non aspetto nessuno) : (anzi, penso a passo d’uomo, accelero quando ho paura) e vorrei urlare coltellate fino a lacerare le corde vocali: (una forbice espressiva, un’onda, saliva), ma taccio e mi trapasso. Perché questo sono io, forse. Un muto che grida, vestito da puttana.

Il collezionista di stomafarfalle

Fin da quando era piccolo come una noce, una noce di quelle piccole piccole, in Tiziano nacque la passione per il collezionare, collezionare qualsiasi cosa fosse collezionabile.
Collezionava minerali delle forme più strambe e dai colori più disparati, francobolli vecchi e nuovi, cartoline compilate e non, ninnoli delle uova di cioccolato e figurine di qualsiasi paese o raccolta.
Lui si divertiva nel racimolare ed ordinare pezzi di mondo e pian piano che cresceva, passava a categorie di oggetti sempre più bizzarri e sempre più difficili da trovare. Per esempio, all’età di nove anni e mezzo, iniziò a raccogliere e catalogare, per strada, gomme da masticare. Passatempo non semplice da svolgere, le motivazioni sono facilmente intuibili. Innanzitutto Tiziano si accertava che la cura con cui prelevava i futuri pezzi desiderati soddisfacesse i più moderni standard igienici, quasi al livello di un laboratorio chimico svizzero: munito di spatola, guanti di lattice e contenitori sterili picchiettava regolarmente e attentamente la superficie della gomma attaccata alla strada, prelevandola, con la precisione di un chirurgo, dalla panchina, cestino o marciapiede ospite.
Secondo di poi il comportamento di Tiziano faceva discretamente preoccupare i suoi genitori che, pur avendo sempre incoraggiato la bizzarra passione del figlio, adesso si erano ricreduti e cercavano, con pretesti sempre più ingegnosi, a occupare ogni ritaglio della giornata.
Iniziò a prendere lezioni private di chitarra classica, ma questo lo portò ad avviare una collezione di plettri, fingendo ogni volta di averli persi, e che faccia da angioletto faceva! Passò dunque alla disciplina del Tennis, sport impegnativo e senza dubbio signorile, ma casualmente la palestra subì una perdita economica a causa di improvvise sparizioni di polsini dagli spogliatoi. In seguito fece un corso di disegno a carboncino e delle matite dei compagni non ne parliamo, tragico.
Insomma, i genitori disperati decisero di spedirlo da uno psicologo specializzato.
Lo psicologo, il Dottor F. Squitter, che molto probabilmente era più svitato di Tiziano, iniziò ad appassionarsi alla vicenda e gli indicò, come compito per la settimana successiva, di stilare un elenco di tutte le rarità che conservava nella sua stanza.

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